Salve a tutti, di seguito vi posto i risultati del contest ma prima volevo dirvi che i racconti sono stati valutati sia dalla preside e vice-preside e sia da due persone esterne al forum, in modo da non creare dissapori, comunuqe rimaniamo a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento e la votazione è stata la seguente:
1° CLASSIFICATO : LA VENDETTA 7+7+8+9=31 AUTRICE SAKURA2° CLASSIFICATO: OLTRE 7+7+8+7=29 AUTRICE NINPHADORA79A PARI MERITO:
3° CLASSIFICATO: LA CASA DI HALLOWEEN 8+6+6+6=26 AUTORE LUCAS3° CLASSIFICATO: UN HALLOWEEN MAGICO 7+6+6+7=26 AUTORE PETRIFICUS4° CLASSIFICATO: RACCONTO SENZA TITOLO 6+6+6+6=24 AUTORE RUBEUS1° classificato - LA VENDETTA - autrice SakuraEra tardi ormai. Quel 31 ottobre, un venerdì per la precisione, stava volgendo al termine. Presto ci sarebbe stata la solita cena di Halloween, seguita dalla festa danzante in Sala Grande.
Ma Hermione ancora non sapeva che per lei la serata si sarebbe svolta in modo del tutto differente.
Aveva passato il pomeriggio, da dopo la fine delle lezioni, china sui libri. Il giorno seguente e quello dopo ancora, aveva deciso di prenderli di pausa. Si trattava di due giornate in cui avrebbe voluto rendere omaggio ad alcune persone, anche non troppo vicine alla scuola. Quindi di studiare non ne avrebbe avuto il tempo. E non sia mai che Hermione Granger arriva al lunedì mattina senza aver già fatto i compiti anche del venerdì successivo!
Per questo, come al solito, si era chiusa nel suo mondo, la biblioteca.
Fuori pioveva forte. Il cielo era scuro, e a tratti veniva illuminato da potenti fulmini che squarciavano l’oscurità, andando a ricadere da qualche parte, in aperta campagna a giudicare dai suoi calcoli. I rombi dei tuoni erano l’unico rumore che disturbava il silenzio di quel luogo di studio.
Hermione stava studiando il prossimo argomento di Storia della Magia, che quell’anno arrivava a periodi relativamente recenti. 1932: il più grande incantesimo di Memoria mai pronunciato viene effettuato da Tilly Toke e la sua famiglia, a Ilfracombe, per eliminare dai ricordi dei Babbani l’immagine di un solitario Verde Gallese Comune atterrato, per non si sa quale motivo, in quella terra.
Di certo l’argomento era abbastanza noioso anche per lei, infatti si addormentò, con la guancia destra poggiata sulla pagina del libro, mentre fuori la pioggia si andava trasformando in un violento nubifragio.
Non seppe mai dire quanto dormì, ma quando alzò la testa ormai era buio pesto fuori dalle finestre e sembrava che il diluvio universale stesse facendo il proprio bis. Ma non fu questo a farla saltare sul chi vive.
Si era svegliata per un motivo, o precisamente per un rumore poco usuale. Dei colpi secchi, come quando vedeva Hagrid tagliare la legna. Sembrava proprio il classico TOC che produceva la scure del guardacaccia quando incontrava il ciocco da spezzare.
Ma un suono del genere non era appropriato in quel luogo. Chi mai avrebbe potuto riprodurlo? Che stessero danneggiando dei libri?
Al solo pensiero che qualcuno potesse rovinare quei tomi centenari e preziosi, per non parlare di quelli ancora più antichi e di valore della sezione proibita, scattò in piedi e iniziò a vagare per i corridoi, tra gli scaffali, alla ricerca della fonte di ciò che iniziava a preoccuparla. Chiunque fosse stato si sarebbe ritrovato presto con quintali di punti in meno e anni interi di punizioni da scontare, magari con il Barone Sanguinario.
Mentre camminava svelta le luci, improvvisamente, si abbassarono. Sembrava che tutte le candele avessero finito nello stesso momento gli stoppini da bruciare. Non era possibile una coincidenza del genere! Pensò che chiunque ci fosse con lei in quel momento in biblioteca l’aveva notata e avesse deciso di giocare un po’ a spaventarla. In fondo era pur sempre la notte di Halloween.
Il rumore di faceva sempre più forte mentre la ragazza si avvicinava alla sezione proibita. I suoi timori che qualcuno stesse martoriando senza pietà quei tomi dal valore inestimabile si stava facendo sempre più fondato. E di certo lo spettacolo a cui si stava immaginando di assistere, non poteva essere più lontano dalla realtà.
Arrivata all’ultimo scaffale che la divideva da quel luogo dove nel corso degli anni aveva trovato tante informazioni, più o meno pericolose, decise di non mostrarsi completamente, ma di affacciarsi solo, per studiare prima il modo migliore di entrare in scena, come se si trattasse semplicemente di uno spettacolo più volte affrontato.
Quello che vide, però, la lasciò spiazzata.
Di fronte a lei c’era un fantasma mai visto prima, con una scure in mano, coperto da fiumi di sangue argentato. Troppe volte aveva incontrato il Barone per la scuola per non riconoscere alla perfezione quel macabro dettaglio. E quel fantasma anonimo continuava a colpire il legno di uno scaffale con la sua arma.
Dava le spalle alla ragazza, ma si capiva comunque che le sue intenzioni non erano pacifiche. Non era come gli altri spiriti che volteggiavano tranquilli per i corridoi. Quelli parlavano con gli studenti, scherzavano. Questo, invece, non si era mai fatto vedere. E adesso con una furia cieca si avventava sul mobilio, fortunatamente senza recare danni. Forse anche la sua scure era un oggetto immateriale.
Nonostante questo, Hermione decise che forse era meglio lasciarlo solo, così indietreggiò di qualche passo, per poi voltarsi di scatto con l’intenzione di correre via. Ma quest’ultimo gesto le fu fatale. Con il gomito, infatti, aveva urtato un libro, che era caduto a terra producendo un rumore sordo e forte. Impossibile non sentirlo.
Rimase immobile per qualche secondo. I colpi erano cessati e adesso si sentiva perfettamente il ticchettare frenetico della pioggia sui vetri, l’ululato lamentoso del vento tra le crepe, il soffio gelido dell’aria che passava dalle fenditure, e il rumore roboante dei tuoni, a volte troppo vicini per non suscitare un velo di preoccupazione nella mente sempre razionale del caposcuola Grifondoro.
Ma al momento era un problema che passava in secondo piano. Girò la testa molto lentamente per guardare dietro di lei e lo vide. Il volto del fantasma. Una maschera di rabbia, due occhi bianchi iniettati di veleno. La tunica lunga imbrattata di sangue ovunque. Le mani coperte da guanti, anche quelli coperti di sangue.
Rimase pietrificata dov’era. Era sicura di aver già visto quel volto da qualche parte, ma non ricordava di preciso dove.
La smorfia di rabbia sul volto dell’uomo si trasformò in un urlo disumano. Hermione si sentì svenire, ma resistette e iniziò a correre via, verso la porta della biblioteca, scoprendo che era chiusa.
Si voltò e vide il fantasma che arrivava dietro di lei. Tremando riuscì a prendere la bacchetta e ad aprire la porta, per poi riprendere a correre via, come un fulmine, senza meta.
I corridoi del castello erano quasi bui, illuminati da poche candele, che di certo non bastavano a rischiarare un’oscurità come quella che ricopriva quella notte tempestosa.
Non sapeva più dove si trovava. Sapeva solo che alle sue spalle lo spettro continuava a seguirla, urlando e brandendo la sua ascia. Correva, correva come una disperata. Nessuno l’avrebbe cercata quella sera. Harry e Ron non erano più a scuola, Ginny, Luna e Neville sapevano che lei non aveva intenzione di andare alla festa. Nessuno si sarebbe preoccupato non vedendola. La credevano tranquilla e al sicuro nella sua stanza, magari con un buon libro in mano.
Invece stava fuggendo da qualcuno che la spaventava a morte, e non sapeva spiegarsene il motivo di tale paura.
Si ritrovò improvvisamente in cima alla torre di astronomia, senza sapere come ci era arrivata. Il fantasma era salito con lei. Si stava bagnando fin dentro le ossa. La pioggia non accennava minimamente a diminuire, anzi. Ogni secondo che passava sembrava intensificarsi. Ma non ci fece caso.
Indietreggiò fino alla balaustra. Aveva il terrore di cadere di sotto. E non sapeva come uscire da quella situazione.
Lo spettro intanto avanzava lentamente verso di lei. In viso un ghigno di sfida e di vittoria. Quell’umana era in suo potere e non riusciva più a formulare pensieri coerenti.
Finché….
- Accio scopa!
Aveva alzato la bacchetta e appellato una scopa. Lei che aveva paura di volare. Lei che alla prima lezione di volo era caduta. Lei che non aveva la più pallida idea di come si manovrasse uno di quei mezzi di trasporto tanto amato dai suoi amici.
Ma era fiduciosa nel fatti che la paura e il terrore le avrebbero dato la forza e il coraggio di salire su quel manico e adattarsi alla nuova avventura.
In pochi secondi, mentre il fantasma cercava di capire cosa stesse accadendo, una Firebolt le arrivò in mano.
Quello che un tempo era stato un uomo rimase per qualche secondo spiazzato dalla cosa, e questo diede il tempo ad Hermione di salire sulla scopa e alzarsi in volo. Non aveva intenzione di andare lontano, voleva solo scendere dalla torre senza rompersi l’osso del collo!
E così fece. Le sue speranze non furono vane. Riuscì a manovrare decentemente la scopa e ad atterrare sul prato zuppo senza troppi problemi.
Lasciò il suo mezzo di salvezza sull’erba e ricominciò a correre. Stavolta, però, aveva una meta: la Foresta Proibita. Molte volte vi era entrata e non temeva più i suoi pericoli.
I piedi la portavano nella direzione che voleva, ma non si accorsero di una radice che spuntava dal terreno proprio sul limitare di quel luogo buio e misterioso. E rovinò a terra.
Il fantasma le fu sopra, la scure alzata pronta a colpirla.
Hermione la fissò calare velocemente su di lei e sentì freddo, tanto freddo quando l’attraversò.
Svenne e rimase lì, sotto la pioggia, a terra, per molte ore.
- Hermione, Herm ti prego svegliati!
La voce di Ginny le fece aprire gli occhi. E la vide, la sua amica, con le lacrime che le rigavano le guance, accanto a lei, che era distesa in un letto in infermeria.
- Cos’è successo?
- Ti hanno trovata due mattine fa svenuta nel parco. Ma cosa ci facevi lì?
Era preoccupata, si capiva.
E in quel momento la riccia ricordò tutto. Il terrore, la paura, la fuga, il volto del fantasma, i suoi occhi irati, la scure che cadeva su di lei, il buio, il freddo.
- Ora so chi era.
Un sussurro che lasciò di sasso la rossa, inconsapevole ancora di tutto quello che era accaduto.
Hermione le raccontò tutto e alla fine le spiegò l’identità dello spettro.
- Era Yardley Platt, un noto serial killer di folletti. Morì il 31 ottobre del 1557, condannato dal Wizengamot. Poco prima di morire giurò che si sarebbe vendicato di tutta la razza dei maghi, nonostante vi appartenesse anche lui. Credo che ieri sera il suo scopo era quello di uccidere qualche mago. Però, per mia fortuna, la sua scure era incorporea.
Decisero di raccontare il tutto alla McGranitt. Non avevano voglia di affrontare altri pericoli. Ne avevano già vissuti abbastanza per una vita intera. Così tornarono nella loro Sala Comune, pronte a far ricominciare una vita tranquilla.
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http://i36.tinypic.com/258b0c8.jpg2° classificato - autrice Ninphadora79OLTRE
La solitudine è la percezione di non appartenere a nessuno, di essere rifiutati dalla società in cui si vive, di non essere più ciò che si era un tempo, di vedere il mondo con occhi nuovi, di sentire odori e suoni in maniera più acuta, di percepire i colori con mille sfumature diverse, di notare particolari che fino ad allora erano sembrati insignificanti e a cui ora si aggrappava con disperata tenacia per tenere stretto il ricordo di ciò che era stato e che mai più avrebbe potuto essere.
Tutte le cose che non avrebbe potuto più fare, le persone che non avrebbe più potuto incontrare, i luoghi che mai più avrebbe visitato, tutto questo gli procurava un forte rimpianto, che lo rodeva dentro e che si faceva ogni giorno più insopportabile: cos’ era diventato? Perché non aveva potuto scegliere? A chi avrebbe chiesto aiuto?
Del resto non conosceva, non poteva conoscere nessuno nella sua stessa situazione e poco sapeva a proposito della sua nuova condizione tanto più in un momento in cui nulla gli sembrava utile.
Si sentiva sgomento e terribilmente solo nella grande casa colonica alla periferia della città in cui da sempre abitava. La sua decisione, dettata più dall’istinto di sopravvivenza che da un’attenta riflessione era stata di liberarsi di tutto questo, della terribile sensazione che ormai lo attanagliava da giorni.
C’era una parte di lui che rispondeva all’istinto animale, che voleva uscire fuori, sprigionare tutta la sua dirompente potenza, ma che ancora non aveva prevalso.
Attese il tramonto, aprì le pesanti tende di velluto scuro della sala da pranzo e iniziò ad osservare il paesaggio urbano illuminato dalla luce della luna.
Aveva ancora negli occhi, vivido, il ricordo della notte di tre giorni prima e di un uomo, ammantato di scuro, che lo aveva avvicinato per chiedergli “da accendere”.
In pochi secondi tutto si era fatto velato, nebbioso.
Il mondo aveva perso i suoi colori, i suoni vivaci della strada si erano progressivamente spenti e la luna e le stella avevano iniziato a danzare in un folle turbinio fino a diventare tenebra. Risuonava ancora stranamente vivido, il suo stesso grido strozzato e disperato, con cui si era svegliato la sera seguente nella sua stanza: era stato come rinascere una seconda volta, nel dolore.
Aveva osservato a lungo le pareti, i soprammobili, i libri e gli strumenti per la pittura, a lui tanto cari. Tutto aveva un aspetto estraneo, quasi come se nulla gli appartenesse più: i colori sembravano più nitidi, composti di mille e più sfumature e i rumori nella strada rimbombavano nella sua testa come colpi di bombarda.
Solo un biglietto, sul comodino accanto al letto, aveva attirato la sua attenzione. Vergato con una grafia obliqua e sottile, recava scritto: “Ogni forma d’arte ha una vita propria che tende all’infinito ed io, questo infinito, lo amo”.
Il foglietto di carta ingiallita, in calce, aveva anche una firma: Artemis Entreri – Anziano del Clan Toreador, Siniscalco del Principato di Genova e Savona.
All’inizio gli era sembrato tutto uno scherzo di cattivo gusto, poi si era guardato nella grande specchiera che adornava la parete di fianco al letto. L’immagine che gli era stata rimandata era quella di un uomo pallido, emaciato, che sembrava appena uscito da una lunga malattia…malattia di cui non aveva ricordo alcuno…
Le sue mani, magre ed affusolate, non dissimili da artigli di un rapace, ghermivano gli oggetti, saggiandone la consistenza e mentre sensazioni nuove lo pervadevano in ogni cellula, cresceva dentro di lui la consapevolezza di poter tendere all’infinito, sensazione che andava prendendo il posto dello sgomento che fino ad allora lo aveva attanagliato.
Guardò colori e tele con la certezza che avrebbe potuto creare la più bella delle opere d’arte, cosa che mai avrebbe pensato in tutta la sua vita…”vita”, questa parola che tutto ad un tratto, suonava tanto strana: cosa significava, quando la prospettiva futura permetteva di andare oltre?
Sentiva ormai di voler uscire: l’istinto della bestia stava prendendo il sopravvento e lo invitava ad andare all’aperto, a saziare questo desiderio mai provato, a metà tra la fame e la pulsione sessuale, che non gli dava più pace.
Uscì correndo. Veloce come non aveva mai corso. Incrociò per strada una ragazza che conosceva da sempre, la quale lo fermò, preoccupata di non averlo visto né sentito negli ultimi giorni.
Evidentemente stava andando ad una festa: era mascherata da strega.
Tutto ad un tratto, in una frazione di secondo, si ricordò che era il 31 ottobre, la notte delle streghe…strano scherzo del destino…l’ironia della sorte alle volte era sorprendente: la prima notte fuori era notte dell’orrore e lui, maschera tra le maschere e maschera di sé stesso, poteva aggirarsi completamente indisturbato.
“Eravamo tutti preoccupatissimi, ma dov’eri finito? Vieni anche tu alla festa di Simon? Bel costume!” esordì lei.
Lui allora la abbracciò, rassicurandola, in un gesto che era un retaggio di un passato ancora troppo recente.
Fu allora che sentì per la prima volta l’Oblio e comprese: l’istinto avrebbe avuto la meglio.
Non poteva resistere e come una belva assetata di sangue affondò i denti nel collo della ragazza, succhiando avidamente il suo sangue tiepido e lasciandosi cullare dal battito ritmico del suo cuore, che, dopo un’improvvisa accelerazione, diventava sempre più flebile.
Facendosi violenza, si staccò da quel dolce tepore.
Adagiò la ragazza svenuta su una panchina e la coprì col suo cappotto, che tanto a lui non sarebbe servito più.
Ultimo gesto delle vestigia di un’esistenza che andava affievolendosi di secondo in secondo.
Ormai era chiaro cos’era: un mostro, un reietto.
E così sarebbe vissuto per l’eternità.
Ora si sentiva più forte.
Osservò la strada con i suoi occhi di creatura della notte che, presa coscienza di sé, era pronto a diventare parte integrante di una nuova società e ad andare oltre.
Il primo passo era trovare Artemis Entreri, Anziano del Clan Toreador, Siniscalco del Principato di Genova e Savona.
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http://i34.tinypic.com/6jlh8x.jpg3° classificato - autore LucasLa casa di Halloween
Quando la vedemmo ci fulminò tutti. Si può dire che ci conquistò prima ancora che la potessimo guardare una seconda volta, per ripensarci. Voltammo la pagina patinata del catalogo di “Mille Avventure”, l’agenzia di viaggi dell’ex moglie di Russel, e la trovammo. Anzi ci trovò. La nostra casa di Halloween.
Noi quattro, io, Russel, John e Micheal, avevamo una serie di “posti di Halloween”. Ogni anno uno diverso. La “Valle di Halloween”, il “Paese di Halloween”, l’“Isola di Halloween” e così via. Un posto sempre diverso, che fosse un po’ misterioso, almeno per noi. La “Casa di Halloween”, si trovava in riva a un laghetto di montagna. Si specchiava in quello specchio d’acqua blu scuro con fa la più vanitosa delle donne. Eravamo gia là.
Spuntammo dall’altra parte del lago, alla fine di una strada, fatta di tornanti che sembravano infiniti. Micheal e John continuavano a dirmi di accelerare, che non vedevano l’ora di scendere dalla mia vecchi auto che ritenevano essere un rottame. Eravamo quattro quarantenni fumati che avevano affittato una casa chiusa in una valle boscosa, per fare i ragazzini una notte di fine ottobre.
La casetta aveva le finestre bianche e un aspetto un po’ trasandato, da Halloween. Tutt’intorno, la foresta, interrotta dalla stradina anonima che ci stava portando fin là. Davanti al portico c’era un piccolo molo, ma non c’erano barche. Ebbi l’impressione di essere caduto nella foto dell’agenzia.
Dovevamo restare una settimana. La notte d’Ognissanti, dopo aver fatto festa, eravamo usciti sul portico a ululare alla luna, per fermarci poi in riva al lago a raccontare storie di paura. Ci eravamo aspettati le stelle e un freddo limpido e avevamo trovato invece una nebbiolina soffice, morbida, che ci immerse ancora di più nell’atmosfera di Halloween.
I primi furono Russel e Micheal, due giorni dopo il nostro arrivo. Uscirono l’uno per prendere legna, l’altro per fare una pisciatina. A Micheal faceva schifo il bugigattolo che faceva da bagno alla casa, una turca incrostata di giallo, fetida e scivolosa. La catasta era a meno di dieci metri dalla porta d’ingresso e forse si diressero tutti e due là. Erano passati all’incirca cinque minuti, forse di più che John mi chiese:
“Cosa stanno facendo quei due?”
Io allargai le braccia e mi alzai. L’unica era andare a controllare. Il mio amico si alzò di rimando rovesciando quasi la sedia. Spalancai la porta e sentii la nebbia. Era come un lenzuolo bagnato che tentava di soffocarmi.
Uscii sulla veranda. La sensazione d’oppressione peggiorò, dandomi l’idea di essere chiuso in una stanza imbottita. Il lago non era visibile attraverso quel muro bianco che iniziava poco dopo il piccolo molo.
“E se fossero caduti in acqua?”disse John.
“Non dire sciocchezze! Erano in due e ne avremmo sentito almeno uno chiamare aiuto”
Lasciai il portico e John mi seguì. Dopo dieci passi la casa era già la sfumata di un incubo grigio. Ad un tratto la nebbia si animò. Un gemito che entrava nelle ossa, che seccava la lingua, incollandola al palato.
Non c’era traccia dei nostri amici. Davanti a noi c’era solo il buio della foresta. Gli alberi frusciavano, emettendo un respiro affannato. La nebbia era immobile e invasa da strani suoni, uggiolii, sospiri.
Ancora una volta quel verso. Quel lamento si accompagnava al mutare della nebbia che tendeva al viola. Facemmo ancora una ventina di passi. Arrivammo vicino a uno di quegli alberi. John mi tratteneva stringendomi una spalla. Mi chiedeva di non andare avanti, di tornarcene in casa.
Il fusto dell’albero era liscio. Il colore non lo vidi. Nell’oscurità totale e nella nebbia le mie mani sentirono quel tronco. Era caldo. Sembrava di avere le mani sul ventre di qualcuno: la superficie pulsava. Non appena l’ebbi toccato la mia mente fu invasa dall’immagine di una bocca sanguinolenta che si serrava. Ritrassi il braccio con un verso di ribrezzo e di terrore. Avvicinai la mano al viso convinto di vederne i resti straziati tanto era stato il dolore ottenebrante che avevo provato e che continuava a echeggiarmi nella mente.
“Eheheheh” La risata di un bambino. Non era allegra. Trasmetteva crudeltà.
“Andiamocene di qui!” disse John in tono malentoso.
Non aveva la forza di andarsene da solo. Lo assecondai volentieri. Ci voltammo e iniziammo a correre. Non ci sembrava di esserci allontanati troppo dalla casa. Ma arrivammo a scorgere nuovamente la sua sagoma quando ormai non avevamo fiato.
Dovevamo cercare i nostri amici in mezzo a quel deserto grigio-viola oppure dovevamo salvare la pelle?
Non abbiamo avuto scelta. Forse io mi stavo dirigendo verso il porticato, o forse verso il mio rottame di macchina. Forse John mi ha seguito perché era convinto che stessimo abbandonando quel posto. Non so chi avesse ragione.
Ma la Macchina di Halloween non c’era più. Davanti a noi solo il fantasma evanescente di quella m casa, che sembrava un incubo.
«Eheheheheh»
Ancora quella risata.
Un odore marcio e dolciastro, di cadaveri in putrefazione. Un biascicare acquoso, gorgogliante dal lago veniva verso di noi. Ci precipitammo verso la casa.
Da allora non ho visto più l’alba. Il sole non è mai più sorto.
Secondo il mio orologio sono passati due giorni.
Mezz’ora fa ho visto l’ultima volta John. Doveva andare in bagno. Solo che in bagno, in quel puzzolente stanzino, non c’è nessuno. Ho controllato dieci minuti fa. Forse dovrei andarlo a cercare. Forse dovrei scappare. Ma dovrei comunque uscire. Fuori. Nella nebbia.
Ho solo la forza di avere paura.
Ma adesso so. Lo sospettavo, ma quando sono tornato dal bagno senza la minima idea di dove fosse finito John, ne ho avuto conferma.
Il vecchio pavimento di legno scuro è sporco di sangue. Una lunga striscia attraversa tutta la stanza. Fino alla porta accostata. Dallo spiraglio grigio e fumoso la nebbia sta cominciando a mangiare la porta. Lo so, sembra impossibile, ma la vedo, evanescente e fumosa, avvolgere la porta trasformandola in una figura indefinita. L’uscio è a sei metri da me, la nebbia a meno di cinque, ma già non riesco a distinguere il legno. Forse dovrei chiudere la porta, ma non so se la troverei. Ma non credo che una porta chiusa possa fermarla.
Non posso più restare. La nebbia si sta avvicinando col suo strano odore. Nel suo vorticare distinguo una figura, una persona. So già chi è.
Posso solo sperare che il John di nebbia si ricordi di me…
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http://i34.tinypic.com/s58ff8.jpg3° classificato - autore PetrificusUn halloween magico
È il giorno di Halloween....Alla Tana fervono i preparativi per la festa: Hermione intaglia le zucche,la signora Weasley consulta un libro di cucina, Ginny agitando la bacchetta decora le stanza con spettri, zucche e scheletri il resto della famiglia anche aiuta nei preparativi.
Ad un tratto si sentì qualcuno bussare alla porta "Harry caro andresti ad aprire?"chiese Molly. "Certo sig.ra Weasley".
Quando andò ad aprire si trovò di fronte un'anziana signora con una schiera di 20 bambini tutti dietro di lei "Harry Potter?"chiese "Si,sig...." disse Harry guardandoli un po sorpreso
"Grazie al cielo ti abbiamo trovato"E lui la guardò stupitò "Chi è Harry?"domandà Ron affacciandosi dalla cucina con una fetta di zucca in bocca "è per me tranquillo" disse Harry con un sorriso
E la signora sorrise imbarazzata "Ascolta Harry sono la direttrice di un orfanotrofio babbano!" E un bambino si fece avanti "Siamo amici di Hermione"E si zittì arrossendo. E riprese a parlare la signora "Ci ha detto lei che ti avremmo trovato qui!!"
Vedi loro ogni Halloween,come in tutte le feste,sono tristi perchè sono soli però con l'aiuto della magia sarebbero felici"
Harry sorrise "Beh......allora bambini vi andrebbe di volare su una scopa??" "Siiiiiiiiii"urlarono felici i bambini.
E fu così che per un anno i 20 bambini dell'orfanotrofoio vissero una giornata magica:pozioni, Quidditch,risero alle facce di Tonks e quant'altro.
E la sera dopo la cena preparata per 30 persone andarono in giro a fare "Dolcetto o scherzetto?"insieme a Harry,on e Hermione. Ai saluti erano tristi ma fiduciosi perchè da quel giorno ogni anno avrebbero passato un Halloween magico grazie a Harry e a tutti i suoi amici.
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http://i34.tinypic.com/s58ff8.jpg4° classificato - Autore Rubeus.Lisa dormiva tranquilla nel suo letto quando un rumore la svegliò. Si alzò e si guardò intorno, si mise seduta e poi si coricò di nuovo. Ma ecco ancora quel rumore. Non sembrava venire da fuori e Lisa si alzò per dare un’occhiata. Si diresse verso la cucina. Cercò di accendere le luci ma niente. Non c’era corrente. Quindi corse a prendere la torcia che teneva nel cassetto vicino al frigorifero e la accese. Non appena la debole luce illuminò la cucina, iniziarono a sentirsi degli strani versi, sembravano dei lamenti. Lisa tese l’orecchio. Sembravano provenire dal ripostiglio.
Si avvicinò alla porta e vi accostò l’orecchio. I lamenti provenivano proprio da lì dentro. Lisa aveva un po’ paura ma si fece coraggio e con uno scatto veloce aprì la porta.
Accucciato in un angolo, c’era un bambino, poteva avere all’incirca quattro anni. Stava piangendo.
“Chi sei?” disse Lisa illuminandolo con la torcia. “Cosa ci fai in casa mia? Come sei entrato?”
Il bambino alzò la testa e la guardò dritto negli occhi senza dire nulla.
“Rispondi! Chi sei? Come hai fatto ad entrare? Rispondimi!” continuava. Ma il bambino non faceva altro che stare in seduto nell’angolo ad osservarla.
Lisa si avvicinò al piccolo, ma lui immediatamente si coprì il viso con le braccia.
“Non avere paura! Stai tranquillo! Mi dici il tuo nome? E come sei entrato in casa?”
Il bambino continuava a non rispondere, poi guardò di nuovo Lisa e disse con aria spaventata:
“Ti prego… non farmi del male… non picchiarmi… ti prego..”.
“Ma non voglio farti del male. Ora però calmati.”
Ma il bambino continuava a dire“Ti prego… non farmi male… per favore….”
Lisa si chinò verso di lui e lo accarezzò dolcemente “Non avere paura, dimmi il tuo nome.”
“No…non posso…” disse il bambino
“Perché non puoi? Non voglio farti del male, non ti preoccupare.”
“No…lasciami andare…sono ancora piccolo…”
Lisa si alzò, indietreggiò e lo guardò. Poi con aria inquietante disse:
“Ho capito! Ho capito chi sei!” indietreggiò ancora, “Ah! Voi umani non avete ancora imparato chi comanda qui! Non avete ancora capito che la nostra razza è superiore alla vostra e che siete destinate all’estinzione!”
Lisa si voltò. Dalla bocca le spuntarono degli enormi denti simili a zanne, le unghie si allungarono, diventando degli artigli, la camicia da notte si strappò a causa delle scaglie che iniziarono a uscirle dalla schiena. L’urlo del bambino venne udito in tutto il quartiere. Ma ormai era tardi. Quel mostro, ovvero Lisa, lo aveva divorato e di lui non ne era rimasto neanche il ricordo.
Mentre Lisa ritornava in cucina a rimettere la torcia nel cassetto, ritornò al suo aspetto da umana.
“Stupidi esseri umani. Quando capiranno che i noi i nuovi padroni di questo pianeta siamo noi? Potranno anche nascondersi finchè vorranno, ma noi li troveremo uno alla volta… e per di più a causa di quel moccioso, ho anche perso il sonno!”
Così dicendo prese un barattolo di gelato dal freezer, andò nel salone e accese la tivù. Rimase a guardare film e a mangiare gelato fino all’alba.
Edited by Edvige73potter - 28/10/2009, 18:51